Eutanasia in Olanda, Van Doesburg: “Siamo su un piano inclinato”

Intervista a Leo Van Doesburg, responsabile dell’ufficio affari europei e consulente politico del Movimento Politico Cristiano Europeo (ECPM)

Intervista a Leo Van Doesburg, responsabile dell’ufficio affari europei e consulente politico del Movimento Politico Cristiano Europeo (ECPM)

L’Olanda sta gradualmente estendendo le possibilità di accedere all’eutanasia. È di poco tempo fa la notizia che il Ministero della salute olandese ha adottato una nuova misura che estende la possibilità di applicare pratiche eutanasiche anche ai pazienti con demenza che non hanno le competenze necessarie per chiedere la propria morte. Ma sull’orizzonte c’è la possibilità di introdurre la “kill-pill”, un pillola letale che potrebbe essere assunta da tutti coloro che hanno superato i 70 anni di età e che sono “stanchi di vivere”. Dunque, la continua estensione d’ufficio dell’eutanasia, conferma un dato importante che sta emergendo, e cioè che la pratica della morte erogata su richiesta dallo Stato tende a diffondersi sempre più, a diventare sempre più ordinaria, meno selettiva, più banalizzata, una volta rotto l’argine che impone di curare, alleviare e sostenere senza accanimento, e mai di uccidere deliberatamente, sia pure “su richiesta”. Una volta aperta la possibilità di accedere all’eutanasia, questa da eccezione tende a diventare diritto per tutti. Ecco il “piano inclinato”. Matchman News ha intervistato sulla questione Leo Van Doesburg, olandese, responsabile dell’ufficio affari europei e consulente politico del Movimento Politico Cristiano Europeo (ECPM), impegnato nella promozione dei valori della famiglia, della vita e della libertà religiosa.

Dal 2002 ad oggi, com’è cambiata la concezione dell’eutanasia in Olanda?

All’inizio in Olanda la discussione sull’eutanasia è partita da una piccola elite. Nel 1973 un medico olandese, la signorina Postma, diede a sua madre una iniezione mortale. Ma questo le è costato la condanna da parte dell’Openbaar Ministerie (la più alta corte olandese) ad una settimana di carcere. Questo caso ha fatto nascere la NVVE (Nederlandse Vereniging voor een Vrijwillig Levenseinde), la più importante associazione olandese pro-eutanasia. Nel 1984, la prima bozza relativa ad una legge sull’eutanasia è stata presentata da E. Wessel-Tuinstra (D66). Nel 2001 l’Olanda è stato il primo paese al mondo a legalizzare l’eutanasia e, con essa, il suicidio assistito. La legge sull’eutanasia è entrata in vigore il 1 ° aprile 2002. Da quel momento, si è registrato un numero sempre crescente di casi che venivano sottoposti alle Cinque Commissioni regionali di revisione dell’eutanasia, ovvero quegli organi che, dopo la morte del paziente, hanno il compito valutare i singoli casi e verificare la presenza effettiva di tutti i requisiti necessari per l’applicazione della legge. In sostanza, l’Olanda era entrata nel cosiddetto “slippery slope”, ovvero in un “piano inclinato”. Per i primi cinque anni successivi all’introduzione della legge il numero di decessi per eutanasia era abbastanza stabile tanto che alcuni medici escludevano la possibilità che si potesse entrare in un “piano inclinato”: si pensava, infatti, che una buona legge sull’eutanasia unita alla procedura di revisione post mortem avrebbe scongiurato l’aumento dell’utilizzo di procedure eutanasiche. Tuttavia le cose cambiarono rapidamente.

A partire dal 2008, il numero di morti per eutanasia mostrano un aumento del 15% annuo. Nel 2011 sono state 3.695 le persone che hanno chiesto di morire grazie all’aiuto del Servizio sanitario nazionale, mediante eutanasia o suicidio assistito. Il 18 per cento in più dell’anno prima, e il doppio rispetto al 2006. La relazione annuale dei comitati per il 2012 ha registrato invece 4.188 casi a fronte di 1.882 nel 2002. Nel 2014 i casi salgano ancora: 5306. La tendenza è sempre in costante aumento tanto che al momento quasi il 4% di tutti i decessi nei Paesi Bassi è causato da eutanasia, sulla base di quanto riportato dalle Commissioni regionali.

Accanto a questa escalation ci sono stati altri sviluppi. Sotto il nome di “’End of Life Clinic”, l’associazione olandese per il diritto alla morte NVVE ha fondato una rete di “medici mobili” disposti a recarsi dai pazienti per praticare l’eutanasia. Considerando che la legge presuppone (ma non richiede) una relazione stabile tra medico-paziente, in cui la morte potrebbe essere la fine di un periodo di trattamento e di interazione, questi medici vedono il paziente in media solo tre volte prima di somministrare i farmaci necessari per porre fine alla loro vita.

Questa è un’idea assurda poiché non si stabilisce alcuna relazione tra medico e paziente. Ci chiediamo se questi “medici mobili” considerano effettivamente il paziente nel suo complesso lasciandosi guidare dalla vera domanda di fondo: “Che cosa c’è dietro la richiesta di morire?”. È questo l’aspetto centrale su cui concentrarsi nella relazione con il paziente. Ma non si può mai analizzare questo in pochi giorni! Non c’è abbastanza tempo per esplorare le alternative. Sappiamo dalla ricerca che il 10% delle richieste di eutanasia sono state ritirate in caso di cure di qualità. Tuttavia alla clinica non interessa che le persone possono cambiare idea e ritirare la richiesta. Questi medici hanno solo due opzioni: somministrare farmaci di fine vita oppure lasciar perdere il paziente. Nonostante ciò, sono centinaia ormai i casi condotti dalla Clinica del fine vita.

Questi sono stati i passaggi che stanno portando all’introduzione della “kill pill” agli over 70…

Il NVVE non è ancora soddisfatto! Loro non si fermeranno finché una pillola letale venga resa disponibile a chiunque chieda di morire solo perché ha superato i 70anni. Infatti, la lobby pro-eutanasia dei Paesi Bassi, ha rinnovato nel novembre 2015 la sua spinta per introdurre e legalizzare la cosiddetta “kill-pill” (pillola della morte) che sarebbe messa a disposizione, gratuitamente e su richiesta, alle persone che hanno superato i 70 anni.  È stata anche chiamata la “Drion pill” dal nome di un giudice olandese che avanzato l’idea già negli anni ’90.

È tutt’ora in corso in Olanda un dibattito pubblico focalizzato sulla necessità o meno di concedere opzioni legali per la morte assistita alle persone anziane over 70 (non malate) che esprimono il “desiderio” di morire. Secondo un’iniziativa dei cittadini firmata da 116.000 persone nel 2010, tale possibilità di morte dovrebbe essere legalizzata. Il governo ha discusso questa iniziativa, ma al momento non c’è abbastanza consenso. Tanti sono i dubbi: quante persone vogliono realmente questo? Qual è la differenza tra questa popolazione e la popolazione di anziani malati? Ma soprattutto: è questa la soluzione giusta per le persone anziane?

«Noi vediamo che la società vuole una pillola del genere» ha affermato il direttore della lobby pro eutanasia Robert Schurink. Secondo lei questo è vero? Alla luce di quanto detto, ora qual è il “personaggio tipo” che richiede l’eutanasia? “

No, non è vero che la società vuole questa pillola. Robert Schurink è portavoce delle proprie istanze e di quelle dei membri del NVVE.

Come abbiamo visto prima, l’aumento dei casi di eutanasia dal 2008 ad oggi include ovviamente un progressivo cambiamento nel tipo di pazienti che ricevono questi trattamenti. Mentre nei report dei primi anni dopo il 2002 non compare quasi nessun paziente con malattie psichiatriche o demenza, questi numeri sono ora nettamente in aumento. Come dimostrato nel gennaio 2012 dai ricercatori del NIVEL (Nederlands Instituut voor onderzoek van de gezondheidszorg – Istituto olandese di Ricerca sui Servizi Sanitari), il personaggio “tipo” che richiede l’ eutanasia è leggermente cambiato negli ultimi trenta anni,. Negli anni settanta del secolo scorso il motivo più importante per chiedere l’eutanasia era il dolore. Al giorno d’oggi la perdita di dignità e del senso della vita sono diventate ragioni importanti per una richiesta di eutanasia.

In effetti, sono stati descritti casi in cui la sofferenza – elemento importante per accedere ai trattamenti – dei soggetti a cui è stata concessa l’eutanasia o il suicidio assistito era dovuta essenzialmente alla vecchiaia, alla solitudine o ad un grave lutto . Alcuni di questi pazienti avrebbe potuto vivere ancora per anni o decenni!

Questo dimostra il fatto che mentre la legge considera il suicidio assistito e l’eutanasia come eccezioni, l’opinione pubblica, invece, sta iniziando a considerarli come veri e propri diritti con i corrispondenti doveri sui medici ad agire. In effetti una legge che ora è in divenire obbligherebbe i medici che si rifiutano di somministrare l’eutanasia, a mandare i loro pazienti da un collega “disponibile”.

Nel caso di malattie gravi, le pressioni sui medici affinché assecondino i desideri dei pazienti (o, in alcuni casi, dei parenti) possono diventare sempre più intense. Tali pressioni, combinate magari con la preoccupazione di un paziente per il benessere della sua amata/amato, sono in alcuni casi un fattore importante dietro una richiesta di eutanasia. Nemmeno i comitati di revisione, nonostante il lavoro duro e coscienzioso, sono stati in grado di fermare questi sviluppi.

In sostanza, ciò che è evidente è che la maggior parte delle persone considerano il dolore insopportabile e la sofferenza (vista dai parenti) come motivi validi per l’eutanasia. Tuttavia, molta gente non è abbastanza informata sulle maggiori opportunità nel controllo del dolore sviluppate negli ultimi decenni.

Cosa si può fare per prevenire l’eutanasia? Oggi in Olanda le cure palliative sono una soluzione percorribile?

La crescente domanda di eutanasia, infatti, è in contraddizione con lo sviluppo delle cure palliative nei Paesi Bassi. Secondo l’anestesista olandese Ben Crul, un pioniere nel campo della gestione del dolore e delle cure palliative, con l’attuale avanzamento delle tecniche in tali settori, l’eutanasia non è necessaria per la maggior parte delle persone affette da una malattia terminale. Questo punto di vista è condiviso da molti medici nei Paesi Bassi. Ben Crul è un rispettato professore emerito di gestione del dolore per l’Università Radboud di Nijmegen e ha dedicato la sua vita al miglioramento delle cure palliative.

Dal 1990 c’è un’attenzione crescente per le cure palliative. Tuttavia una ricerca approfondita sulle  potenzialità delle stesse non è stata ancora condotta, anche se, secondo il “sentire comune” in Olanda,  la domanda di eutanasia si riduce durante una buona cura palliativa. Per questo, il governo ora sta iniziando a stimolare le cure palliative e persone sia a favore che contro l’eutanasia sono convinte che queste, ora, sono davvero necessarie.

Pertanto, prima di creare “squadre mobili pro eutanasia” era necessario chiedersi: a che punto è lo sviluppo delle cure palliative nei Paesi Bassi? Qual è all’incirca la percentuale di malati terminali che hanno accesso alle cure palliative? Quali sono le misure assunte dal governo per aumentare il numero di strutture per le cure palliative e per migliorare la formazione specifica del personale medico?

Dunque, è necessario investire in cure palliative. Anche l’ex ministro della salute Els Borst – la responsabile dell’introduzione della legge sull’eutanasia –  ha ammesso che “la legge è stata introdotta troppo velocemente”

Che cosa accadrà in futuro, quando si sa che ci sarà un aumento della domanda di eutanasia, stimolata anche dalle “’End of Life Clinic” o “medici mobili” e dall’eventuale introduzione della “kill-pill”?

Vonne Van der Meer, una scrittrice olandese, nel suo libro “Winter in Gloster huis” (“Inverno a casa Gloster”) dice: “chiunque sente abbastanza spesso che egli è un parassita, sogna la sua fine”. Le parole hanno un enorme impatto sul nostro umore. Se senti parlare regolarmente di costi della sanità in espansione, un’ opinione pubblica che parla di uno “tsunami grigio”, e quando ti stai interrogando sulla possibilità di andare nelle case di cura (tra l’altro carenti), naturalmente ti viene da pensare “Non voglio andarci”. E come dire: “Non voglio più vivere”.

L’eutanasia è sulla buona strada per diventare una modalità di “default”, un modo per chiedere la morte che si sta estendendo gradualmente, coinvolgendo anche i malati di cancro. Non è sorprendente che aumentino le richieste di morte in una società secolarizzata, in un mondo che ha rinunciato a dare risposte alla sofferenza e alla solitudine, perché è più conveniente e meno oneroso, in tutti i sensi, sancire l’insopportabilità di una condizione di sofferenza.

Il Nederlandse Patiëntenvereniging (NPV – www.npv zorg.nl), l’associazione dei pazienti olandesi, organizzazione cristiana pro-life che rifiuta la pratica dell’eutanasia, mette a disposizione una “dichiarazione di ultima volontà” grazie alla quale le persone possono spiegare quali cure mediche e assistenza infermieristica vorrebbero ricevere nel periodo finale della loro vita, quando non sono più in grado di pronunciarsi al riguardo al fine di scongiurare l’applicazione di pratiche eutanasiche. Al momento sono state fornite circa 7.000 dichiarazioni. Tutto questo viene fatto perché, per il NPV, la domanda centrale su cui bisogna tornare a concentrarsi non è: “Come possiamo aiutare le persone a morire?” Bensì: “Come possiamo aiutare le persone a vivere?”.

 

Carlo Mascio

 

 

 

 

 

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