Il Film della Settimana: Cento Chiodi

Regia e sceneggiatura di Ermanno Olmi, con Raz Degan, Luna Bendandi, Michela Zattera; prodotto da Luigi Musini e Roberto Ciccutto per Cinema 11 e Rai Cinema, 90’; Italia 2007. Abbandonato l’insegnamento, in preda a una crisi di coscienza dopo aver inchiodato cento preziosi volumi di una storica biblioteca ecclesiastica, un giovane professore si spoglia (quasi) […]

Regia e sceneggiatura di Ermanno Olmi, con Raz Degan, Luna Bendandi, Michela Zattera; prodotto da Luigi Musini e Roberto Ciccutto per Cinema 11 e Rai Cinema, 90’; Italia 2007. Abbandonato l’insegnamento, in preda a una crisi di coscienza dopo aver inchiodato cento preziosi volumi di una storica biblioteca ecclesiastica, un giovane professore si spoglia (quasi) […]

Regia e sceneggiatura di Ermanno Olmi, con Raz Degan, Luna Bendandi, Michela Zattera; prodotto da Luigi Musini e Roberto Ciccutto per Cinema 11 e Rai Cinema, 90’; Italia 2007.

Abbandonato l’insegnamento, in preda a una crisi di coscienza dopo aver inchiodato cento preziosi volumi di una storica biblioteca ecclesiastica, un giovane professore si spoglia (quasi) di tutto e va a vivere in una baracca nei pressi del Po. Presto gli abitanti del posto, affascinati dal suo modo di fare, trascorrono sempre più tempo con lui, che ricorda nell’aspetto Cristo e parla loro con grande semplicità. Non passa molto tempo prima che la giustizia umana venga però a presentare il conto.

Il quotidiano l’Unità lodò questo film come inno all’autodeterminazione e alla libertà di pensiero, tanto più ammirato perchè steso da un “convertito” che ha rinnegato i temi della fede tradizionale (evidenti e drammatici in tutta la sua produzione, da L’albero degli zoccoli a La leggenda del santo bevitore, a Il mestiere delle armi); Monsignor Tonini vide un racconto, pieno di simbologie più o meno nascoste, della storia della salvezza con un Cristo che ripudia il sapere per farsi promotore di un amore come offerta totale di sé (racchiusa nel dono …di una carta di credito!).

Il film di Ermanno Olmi, che comincia come un thriller (che, con i suoi silenzi e le sospensioni, all’epoca della sua uscita rischiò di sembrare la caricatura de Il Codice Da Vinci) parte dalla “crocifissione” dei preziosi volumi di una biblioteca e finisce sulle rive del Po, seguendo il percorso di “ascesi” di un nuovo Cristo (il modello Raz Degan, scelto per l’aderenza ad una certa iconografia religiosa, ma doppiato da Adriano Giannini con un effetto di straniamento che non abbandona fino alla fine).

Quale sia l’origine di questa crisi spirituale che si manifesta come attacco ai simboli del Sistema (francamente piuttosto egoistico: “i libri ti urtano, vai a lavorare altrove”, verrebbe da dire al professorino inconcludente) è curiosamente avviata all’insegna del product placement: dal fido computer Dell, che accompagnerà il protagonista anche nella sua casupola diroccata per essere rispolverato alla bisogna (si vede che la cultura formato elettronico è degna, al contrario del cartaceo, del massimo rispetto…), alla linea aerea Blue Express (con cui viaggia la studentessa indiana, a cui il protagonista regala la prima delle sue pillole di saggezza circa il valore di una carezza rispetto a tanto inutile sapere), fino alla bella BMW dove questo Cristo radical chic viaggia come una star hollywoodiana in crisi spirituale.

Certo, poi il protagonista rifiuta diligentemente questi segni delle catene di Stato, poteri economici e Chiesa (salvo tenersi in tasca un bel fascio di euro e la carta di credito…), per andare a fare il profeta in una comunità di semplici, installati più o meno legalmente sulle rive del grande fiume.

Attirando le simpatie della panettiera (novella Maddalena che tuttavia sembra avere per il suo Cristo un attaccamento decisamente terreno) e ottenendo grazie al suo bel sorriso (di quelli per cui, però, ti resta sempre il dubbio che dietro ci sia solo il vuoto…) l’aiuto di tutti per risistemare la sua nuova, povera dimora, il Gesù del Po fa capire ben presto di non avere molto da insegnare a questi uomini già innocenti e poco bisognosi di salvezza. E se è lui a riportare le parabole evangeliche (curioso che siano dimenticate proprio da coloro che dovrebbero essere cresciuti ascoltandole e che invece riconoscono al primo colpo l’estetica platinata del Cristo/Degan scelto da Olmi), non sembra che il suo insegnamento vada molto oltre un generico sprone a restare attaccati a ciò che già possiedono.

Del resto è lo stesso Olmi a dichiarare, con gran compiacimento di chi lo plaude da sinistra e una colpevole disattenzione a chi lo esalata in campo cattolico, che l’unica fede sensata è quella di chi avverte la presenza di Cristo nella sua totale assenza. Un’assenza talmente assoluta da lasciare l’uomo libero di dire qualunque cosa in suo nome, di esaltare un generico volersi bene come unica regola allo stare insieme, ma soprattutto di rinnegare il senso stesso della tradizione che è il cuore della fede cattolica.

È curioso e triste che per ottenere questo scopo (ma senza sfuggire a un sottile senso di comicità involontaria che coglie lo spettatore di fronte alle prediche spezzate del protagonista, più simili a quelle di uno psicologo da rivista che a un profeta del libero pensiero) Olmi debba dipingere con tanto odio e disonestà i custodi di quel depositum fidei che sente tanto stretto: l’anziano sacerdote che considera i libri degli amici (ma ha la colpa di non amare altrettanto gli uomini), il ridicolo preside che arriva alla Biblioteca in motocicletta, i Carabinieri in fondo di buon cuore, destinatari per questo dell’altro pensiero da Bacio Perugina (tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico; non ci pare, peraltro che gli uni escludano l’altro o viceversa…) ma costretti a eseguire gli ordini di una burocrazia ottusa incarnata dal maligno messo comunale.

Quello che Olmi sembra aver dimenticato è che proprio la Chiesa ha sempre coltivato (e lo fa grazie a Dio anche oggi) il fecondo rapporto tra un popolo e la sua (e Sua) tradizione, educando con e senza i libri, preziosi in quanto segno di un rapporto che non è affatto assenza, né può restare solo una speranza immobile come quella dei paesani che attendono invano il ritorno del loro meditabondo Cristo; senza questa Presenza, fatta carne e sangue nel popolo di Dio e destinata a cambiare la vita, resta davvero solo il placido scorrere del fiume (colto dal regista con l’abituale maestria) in una pace così fragile proprio perché privata della Ragione e delle sue ragioni.

 

Elementi problematici per la visione: nessuno

 

Luisa Cotta Ramosino

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