Il film della settimana: Dio esce allo scoperto

Dio esce allo scoperto Te puede pasar a ti. Capitulo 2 Regia e sceneggiatura di Juan Manuel Cotelo; con Juan Manuel Cotelo, Rubén Garcia; 83’; Spagna 2012. Juan Manuel Cotelo è il regista spagnolo che prima con L’ultima cima (2010) e poi con Terra di Maria (2013) ha cercato, attraverso film provocatori che affrontano temi […]

Dio esce allo scoperto Te puede pasar a ti. Capitulo 2 Regia e sceneggiatura di Juan Manuel Cotelo; con Juan Manuel Cotelo, Rubén Garcia; 83’; Spagna 2012. Juan Manuel Cotelo è il regista spagnolo che prima con L’ultima cima (2010) e poi con Terra di Maria (2013) ha cercato, attraverso film provocatori che affrontano temi […]

Dio esce allo scoperto

Te puede pasar a ti. Capitulo 2

Regia e sceneggiatura di Juan Manuel Cotelo; con Juan Manuel Cotelo, Rubén Garcia; 83’; Spagna 2012.

Juan Manuel Cotelo è il regista spagnolo che prima con L’ultima cima (2010) e poi con Terra di Maria (2013) ha cercato, attraverso film provocatori che affrontano temi controcorrente, di dare una scossa agli spettatori delle platee cinematografiche europee, quelli forse più intorpiditi da nichilismo, cinismo e relativismo. Grazie al coraggio di due giovani distributori fiorentini, è disponibile da alcuni mesi – doppiato in italiano – un terzo film (in realtà prodotto nel 2012) che in Spagna fa parte della serie chiamata Te puede pasar a ti e che da noi è arrivato con il titolo Dio esce allo scoperto (tutte le informazioni, sulle proiezioni nelle città italiane e sulle prossime iniziative della casa di produzione, sul sito www.infinitomasuno.it).

Cotelo non ama i giri di parole, i fronzoli e le perifrasi. Prende di petto le questioni e non sa neanche cosa voglia dire “politicamente corretto”. In questo Dio esce allo scoperto affronta a viso aperto il tema controverso dell’omosessualità con talmente tanta serenità e buon senso, che ci si chiede come mai non si possa fare la stessa cosa in altri contesti e in altre situazioni. Non che Cotelo vada per il sottile. Piuttosto, è talmente amante della verità da non aver paura di nulla. È il tipo di autore che non ci stupiremmo vedere scavalcare gli spalti di un’arena, durante una corrida, per puntare la telecamera in faccia al torero – e poi magari anche al toro – e chiedere: “Ehi, lo sai che Dio ti ama?”. Ci vogliono fegato e faccia tosta, spregiudicatezza e un cuore grande così.

In un incontro pubblico tenuto a Roma nell’aprile 2015 – quando iniziò piano piano il tam tam per far conoscere in Italia il suo nuovo film – intrattenne l’uditorio con divertenti pillole di teologia cattolica: “Quando guida Lui” – così parlò partendo dalla sua esperienza – “Dio non ama prendere l’autostrada. È più un tipo da rally”. Così – spiegava – la storia di chiunque, attraverso le difficoltà di una strada dissestata, prende i contorni di un viaggio in cui i sobbalzi, le botte e anche qualche incidente diventano salutari per andare a fondo della conoscenza di sé e del proprio destino. Il ruolo della fede è essenziale: “Se pensi troppo e fai troppi calcoli, freni Dio, che dopo la tormenta ti fa capire che le cose non dipendono dal tuo sforzo”. Anche in base alle testimonianze che raccoglie con i suoi documentari, Cotelo descrive la nostra vita come una sceneggiatura tratteggiata in cinque punti fondamentali, che fanno parte di una pedagogia celeste: “1) Tutto va bene; 2) Tutto sprofonda; 3) Panico; 4) Sorpresa; 5) Tutto va per il meglio”. A ben guardare, una scaletta che tutti i guru americani che insegnano tecniche di scrittura a Hollywood sottoscriverebbero in pieno. Quando pensi di stare precipitando nel vuoto, Dio ti riacciuffa per la collottola e ti reindirizza sul sentiero tracciato da Lui. “La gloria appartiene a Lui – spiega Cotelo –. È Dio che fa le cose: la battaglia non è mai per i risultati materiali ma per la salvezza della tua anima”. Bisogna, insomma, lasciare a Lui il gusto di farci delle sorprese.

Si può – è la domanda che ha accompagnato il regista prima di mettere mano al suo primo film – fare di questo programma un manifesto cinematografico da portare avanti, forti solo di due soldi in tasca, qualche amico, tanto senso dell’umorismo e una fede da smuovere le montagne? La risposta non doveva essere commerciale (benché il primo film sia stato anche un successo da un punto di vista economico) ma innanzitutto da trovare negli incontri che i film avrebbero procurato, nei “miracoli” che – per volontà di Dio – ci sarebbero stati.

Proprio di miracoli parla Dio esce allo scoperto, la storia del messicano Rubén Garcia, che sin da bambino inizia ad avere problemi di identità sessuale. Continuamente brutalizzato dal padre contadino, che lo accusa di non comportarsi da uomo, si affeziona alla madre, con cui passa la maggior parte del tempo imitandone i comportamenti. Senza particolare talento nel gioco del calcio, viene progressivamente ostracizzato dai coetanei che lo umiliano chiamandolo “femminuccia”. Da adolescente, la scoperta di essere stato adottato è il colpo di grazia. Rubén va in cerca della sua vera madre ma abbandona la Chiesa cattolica, incolpando Dio di tutte le sue sofferenze. Prima a Guadalajara e poi a Los Angeles, il ragazzo entra nella comunità gay, ha rapporti con altri uomini, medita prima di cambiare sesso e poi, quando si ammala di AIDS, di suicidarsi. Un giorno, però, accetta l’invito di un’amica a partecipare a un ritiro spirituale. Qui, durante una meditazione, la voce del predicatore che proclama convintamente che Dio ama ogni persona di un amore sconfinato – indipendentemente dai difetti, i peccati e le peggiori miserie – spalanca il cuore di Rubén che vive un momento di grazia ed è come se aprisse gli occhi per la prima volta. Da lì in poi il ragazzo, ormai diventato adulto, vive una nuova vita facendo maturare i frutti della sua conversione. Rimane omosessuale ma impara la virtù della castità ed entra a far parte di “Courage”, un’organizzazione – approvata dal Pontificio consiglio per la famiglia – che offre sostegno a persone con tendenze omosessuali che chiedono un aiuto. Molti che l’hanno incontrato e hanno letto la sua storia (raccontata in un libro) si sono a loro volta convertiti (che non vuol dire che hanno intrapreso terapie riparative – di cui il film non parla – ma, come Rubén, sono diventate cattoliche e abbracciato una vita di castità). Rubén, commosso quando ne parla, non ha dubbi: si può dimostrare l’azione concreta di Dio nell’esistenza delle persone.

Basterebbe questa storia a riempire un film ma Cotelo è ancora più spericolato: dopo l’incontro con Rubén si rimette in viaggio e invita sul suo camper persone, di opinioni e credo diversi, mostrando loro la prima parte del film (solo Mel Brooks in Balle spaziali era stato così ardito). L’intervista all’uomo, il racconto dei suoi trascorsi nel mondo della prostituzione, il tentativo di suicidio, la conversione… scuotono gli spettatori. Ognuno sale sul camper sicuro delle proprie convinzioni (sulla vita, sull’amore, su Dio) e ne scende forte di una nuova esperienza. Atei e cristiani, intellettuali e gente comune, giovani e vecchi, si siedono l’uno di fronte all’altro. Cotelo avvia il video, lo mette in pausa, discute, domanda, ascolta, fa dialogare tra di loro persone che la pensano in maniera diametralmente opposta, sfatando, uno dopo l’altro, tutti i miti che l’ideologia corrente ha costruito sugli omosessuali e sui cristiani. Mostra il quadro di Rembrandt Il ritorno del figliol prodigo in cui Dio Padre abbraccia il figlio con una mano di uomo e con una di donna (echeggia la formidabile definizione di Giovanni Paolo I: “Dio è papà; più ancora, è madre”). Le persone discutono tra di loro e mettono alla prova le loro idee. Aiutati dalla situazione, giudicano le cose attraverso lo sguardo e la realtà di chi hanno di fronte. Si parte dal tema dell’omosessualità e della discriminazione ma si arriva a parlare, a tutto tondo, dell’amore di Dio che abbraccia tutto.

Non c’è bisogno di un climax, drammaturgicamente parlando, per concludere il film, né di un vero e proprio finale. Mariti e mogli, chiamati in causa, riflettono sulla scelta di costruire una famiglia: “Ci sposeremmo davvero con il cuore” – si sente dire da una donna – “se sapessimo qualcosa di più su Dio”. Dal particolare, a cerchi concentrici sempre più ampi, si è arrivati a parlare dell’universale. Il tema del film – e di tutto il cinema di Juan Manuel Cotelo – sfrondati tutti gli altri, diventa in definitiva questo: crediamo di conoscere noi stessi ma cosa sappiamo di Dio?

Elementi problematici per la visione: per alcuni riferimenti espliciti agli ambienti della prostituzione, la produzione sconsiglia la visione ai minori di 16 anni.

Raffaele Chiarulli

Social Media Auto Publish Powered By : XYZScripts.com