Il Film della Settimana: Flags of Our Fathers

Regia di Clint Eastwood; sceneggiatura di Paul Haggis; con Ryan Philippe, Adam Beach, Jesse Bradford, Barry Pepper, Jamie Bell, prodotto da Steven Spielberg per Malpaso/Warner Brothers/Dreamworks; 130’; Usa 2006. Nel febbraio del 1945 i marines vengono sbarcati sulle spiagge nere di Iwo Jima, l’isola del Pacifico che costituisce il necessario trampolino per attaccare il Giappone […]

Regia di Clint Eastwood; sceneggiatura di Paul Haggis; con Ryan Philippe, Adam Beach, Jesse Bradford, Barry Pepper, Jamie Bell, prodotto da Steven Spielberg per Malpaso/Warner Brothers/Dreamworks; 130’; Usa 2006. Nel febbraio del 1945 i marines vengono sbarcati sulle spiagge nere di Iwo Jima, l’isola del Pacifico che costituisce il necessario trampolino per attaccare il Giappone […]

Regia di Clint Eastwood; sceneggiatura di Paul Haggis; con Ryan Philippe, Adam Beach, Jesse Bradford, Barry Pepper, Jamie Bell, prodotto da Steven Spielberg per Malpaso/Warner Brothers/Dreamworks; 130’; Usa 2006.

Nel febbraio del 1945 i marines vengono sbarcati sulle spiagge nere di Iwo Jima, l’isola del Pacifico che costituisce il necessario trampolino per attaccare il Giappone e porre fine al secondo conflitto mondiale. I giorni che seguono sconvolgono per sempre la vita dei giovanissimi soldati impegnati in azioni che lasciano sul campo migliaia di morti. Poi, però, una foto scattata quasi per caso in occasione di un alzabandiera, diventa l’occasione per rilanciare in America un assopito spirito patriottico e raccogliere i fondi necessari a vincere la guerra. Solo tre dei ragazzi raffigurati nella foto, però, sono ancora in vita e per loro i compromessi legati al baraccone della propaganda rischiano di essere più duri dei terribili giorni di battaglia che si sono lasciati alle spalle.

In un’epoca in cui invocare l’eroismo è sempre poco popolare, il film di Clint Eastwood, sotto un titolo che più patriottico non si può, costruisce una riflessione tutt’altro che banale sulle contraddizioni di un concetto troppo spesso liquidato con sufficienza dimenticando le tragedie del passato e i sacrifici compiuti in nome della libertà.

Allontanandosi con decisione dagli stereotipi del film di guerra, ma senza per questo approdare all’estremo opposto del manifesto antimilitarista, Eastwood, ben servito dalla sceneggiatura che il fido Paul Haggis ha tratto dal romanzo/reportage di James Bradley Jr. (figlio di uno degli uomini della celebre fotografia), porta sullo schermo un vasto affresco in cui l’orrore del campo di battaglia (le spiagge nere di Iwo Jima, dove i marines combatterono per assicurare agli Stati Uniti una base d’appoggio per l’attacco al Giappone) e la macchina della propaganda domestica si affiancano in un paradosso che determina la crisi dei personaggi principali.

Al centro del film ci sono tre dei ragazzi che erano stati immortalati in una fotografia di Joe Rosenthal, divenuta in breve tempo e nonostante un fraintendimento di fondo circa il suo significato, il segno o forse addirittura il motore della riscossa americana.

Gli altri tre che, per un caso del destino, formano il gruppo che issa la bandiera americana sul monte Suribachi, erano morti – insieme ad altre migliaia di uomini impegnati in un corpo a corpo logorante con i giapponesi decisi a morire piuttosto che arrendersi – prima che la macchina della propagande intuisse il potenziale rappresentato da quell’immagine in vista di una necessaria emissione di buoni di guerra, indispensabili a finanziare lo sforzo bellico.

La palese dissonanza che emerge dal confronto tra le immagini che raccontano la battaglia, senza sconti per fatica, sangue ed errori di strategia più o meno colpevoli, e quelle che invece rappresentano il carrozzone del tour promozionale guidato da politici e funzionari senza troppi scrupoli, potrebbe far credere che la posizione di Eastwood nei confronti della guerra, dell’esercito e di chi governa tali circostanze sia di semplicistica condanna.

Ad aggravare questo ritratto di un’America ancora ben imbevuta di pregiudizi razziali e controllata da uomini d’affari senza troppi scrupoli, poi, ci si mette la vicenda personale di uno dei tre sopravvissuti, l’indiano Pima Ira Hayes (Adam Beach), costretto a mentire sull’identità di uno degli uomini dell’alzabandiera per non rovinare la storia da copertina costruita dai burocrati e per colpa di questa menzogna, forse, destinato a consumarsi nell’alcool.

Il discorso di Eastwood è molto meno scontato. La contraddizione che circonda un eroismo da copertina – forse fasullo, forse manipolato, ma pur sempre necessario se si vuole difendere non astratti ideali, ma i propri compagni e le proprie famiglie – non si esaurisce nella rassegna degli orrori del combattimento e nell’esibizione delle ipocrisie da salotto; cerca invece di ritrovare in una dimensione di solidarietà più concreta la propria ragion d’essere.

Non è un caso se le scene migliori del film sono quelle che raccontano, con immediatezza e, viene quasi da dire, con tenerezza, il rapporto che si crea tra i soldati impegnati negli scontri; uomini che sono l’uno per l’altro, questa volta senza retorica, fratelli, padri e figli; è sulla sicurezza di questi legami che nasce il coraggio di avanzare tra il fuoco di granate e mitragliatrici, proprio come insegna il motto dei marines.

Sarà forse proprio per questa tenerezza di fondo che Eastwood culla i suoi personaggi con una colonna sonora (da lui stesso composta) che, in apparente contrasto con le immagini, risuona in alcuni passaggi quasi come una ninna nanna.

Anche se poi all’improvviso, insensato e imprevedibile, arriva il colpo mortale che spezza le vite dei ragazzi senza riguardo per età, meriti o debolezze, coraggio o codardia, così che, giustamente, è difficile dire chi sia un eroe: tutti e nessuno, certamente non solo chi per un caso è finito in un’immagine diventata celebre.

Eastwood, però, non è tanto ingenuo da non capire il valore dei simboli, né così disonesto da condannarne pilatescamente l’uso, pur sottolineando gli eccessi e le miserie di chi vorrebbe semplificare il mistero della vita, della morte e del coraggio per trasformarlo in uno slogan o in uno spettacolo da circo.

Il regista, infatti, affida il suo punto di vista allo sguardo di uno dei personaggi, l’infermiere Doc Bradley, che, ferito e tormentato come tutti i sopravvissuti, non lascia però che la disperazione, o le lusinghe della fama distruggano la vita che ha avuto salva sul campo di battaglia.

Se un appunto si può fare al lavoro di Eastwood, per altri versi capace di toccare le corde dell’emotività e di obbligare a riflettere e a giudicare, è sul finale che, nel tentativo di riepilogare destini e impressioni, rischia di cadere nel paradosso di una retorica dell’antiretorica, forse perché proprio qui si sente la mancanza di un approfondimento sul passato di Bradley, uno squarcio che aiuti lo spettatore a comprendere come lui solo riesca a “salvarsi”.

Il giovane Bradely, di cui intuiamo la solidità morale nella schiettezza con cui dichiara di studiare per diventare impresario di pompe funebri così come nei rischi che si prende per andare a soccorrere un commilitone mortalmente ferito, non è immune alla sofferenza o alla paura ma, come ben ricorda il figlio nel romanzo/reportage, aveva avuto il dono di una famiglia amorevole e presente, di una fede forte e di una speranza per sé e per il mondo che lo aiutarono a mantenere la rotta nel caos della guerra e di una effimera fama.

Per fortuna, a riscattare in parte questa debolezza arriva l’immagine di chiusura, che, con un salto indietro nel racconto, lascia il ricordo dei ragazzi della foto e dei loro compagni lontani sia dai riflettori della propaganda sia dal sangue della battaglia, abbandonati invece in un liberatorio bagno nell’oceano che li restituisce alla loro più semplice e autentica dimensione di essere umani.

Elementi problematici per la visione: alcune scene violente e impressionanti tipiche del genere.

Luisa Cotta Ramosino

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