Il Film della Settimana: Lettere da Iwo Jima

Regia di Clint Eastwood, sceneggiatura di Iris Zamashita; con Ken Watanabe, Kazunari Ninomyia, Tsuyoshi Ihara; prodotto da Clint Eastwood, Steven Spielberg e Robert Lorenz per Malpaso/Amblin Entertainment/Dreamworks/Warner Bros.; 141’, Usa 2007 È il febbraio del 1945 e la guerra volge ormai alla fine anche sul fronte del Pacifico; gli Americani hanno distrutto il grosso della […]

Regia di Clint Eastwood, sceneggiatura di Iris Zamashita; con Ken Watanabe, Kazunari Ninomyia, Tsuyoshi Ihara; prodotto da Clint Eastwood, Steven Spielberg e Robert Lorenz per Malpaso/Amblin Entertainment/Dreamworks/Warner Bros.; 141’, Usa 2007 È il febbraio del 1945 e la guerra volge ormai alla fine anche sul fronte del Pacifico; gli Americani hanno distrutto il grosso della […]

Regia di Clint Eastwood, sceneggiatura di Iris Zamashita; con Ken Watanabe, Kazunari Ninomyia, Tsuyoshi Ihara; prodotto da Clint Eastwood, Steven Spielberg e Robert Lorenz per Malpaso/Amblin Entertainment/Dreamworks/Warner Bros.; 141’, Usa 2007

È il febbraio del 1945 e la guerra volge ormai alla fine anche sul fronte del Pacifico; gli Americani hanno distrutto il grosso della flotta giapponese, ma per lanciare l’attacco a Tokyo hanno bisogno di appoggiarsi per i rifornimenti all’isola di Iwo Jima, che diventa così l’ultima linea di difesa che i nipponici non vogliono cedere, a costo di sacrificare le vite di tutti i suoi difensori. Sotto la guida dell’abile generale Kuribayashi si organizza una difesa che tiene conto di quanto l’ufficiale ha appreso degli Americani durante la sua permanenza negli Usa. Pronti a darsi la morte pur di non sopravvivere al disonore della sconfitta, anche i Giapponesi, però, hanno tra le loro fila uomini che si interrogano sul senso delle loro azioni e sul valore della vita…

Abbandonata la struttura complessa del precedente Flags of Our Fathers (non a caso scritto da un altro sceneggiatore) a favore di una discreta cornice con la scoperta delle lettere del titolo, la fatica successiva di Clint Eastwood, nata dalla curiosità di indagare un altro aspetto della condizione umana messa alla prova dalla guerra, è una storia che coinvolge profondamente, proprio perchè riesce a esaltare l’universalità della situazione pur senza rinunciare a dare conto delle differenze tra culture e valori.

Non è un caso se due dei personaggi di cui Eastwood si serve per guidare lo spettatore nell’“inferno dell’altra parte” sono uomini venuti a contatto con il mondo occidentale (il generale Kuribayashi, che ha condiviso un periodo di formazione con l’esercito americano, e l’affascinante barone Nishi, che ha partecipato ai Giochi Olimpici di Los Angeles nel 1932) e per questo soffrono più degli altri la contraddizione che il culto dell’onore fino alla morte impone ai combattenti giapponesi. Per la stessa ragione sono proprio loro ad andare oltre la disumanizzazione del nemico imposta dalla retorica militarista dell’Impero invitando i loro uomini a vedere i loro avversari come uomini e non solo come nemici.

Nonostante ciò alla fine entrambi i personaggi, di fronte alla sconfitta, scelgono di darsi la morte, riabbracciando la storia in cui sono nati.

Senza rinunciare a mantenere il proprio modo di essere, di raccontare e di girare (che gli ha fatto nuovamente rifiutare l’immagine di una guerra in technicolor), qui Eastwood non scivola semplicemente “nei panni del nemico” con l’idea di rifiutare la guerra in quanto tale o di appiattire le parti avverse in un buonismo superficiale.

Il tema dell’onore nipponico, infatti, è l’altra faccia di quella riflessione sull’eroismo che nel film precedente ha portato il regista a rievocare l’epopea sanguinosa di Iwo Jima nel tentativo di andare oltre la propaganda senza liquidarla con sufficienza.

Proprio per questo era forse necessario filmare anche questo ideale controcampo, che per certi versi nella sua semplice linearità tocca il cuore ancora più della pellicola di parte americana.

La domanda di un qualcosa per cui morire (che in Flags of Our Fathers si risolveva piuttosto in un “qualcuno” per cui e con cui combattere), infatti, è viva anche negli sguardi dei giapponesi sempre più affamati e logori che combattono contro i “nostri” marine e il desiderio di vivere riappare proprio quando tutto sembra perduto nell’impossibile paradosso del “fare la cosa giusta perchè è giusta” che diventa lo sprone di entrambe le parti.

A chi gli ha chiesto se sarebbe possibile rimontare le due pellicole su Iwo Jima in un unico film, il regista ha saggiamente fatto notare che talvolta solo la distanza e la distinzione rendono possibile davvero seguire un percorso e quindi tentare di capire davvero le ragioni profonde di entrambe le parti.

Così se in Letters from Iwo Jima gli americani compaiono quasi solo come bersagli da colpire oppure come nemici capaci di commettere ingiustizie e crudeltà, allo spettatore non rimane solo l’irritante sensazione di un relativismo assoluto. Riemerge, invece, potente, quel severo, ma profondo amore per l’umano che Eastwood mette in tutte le sue pellicole; la tragedia di due mondi che entrano in collisione, prefigurata nella cena di addio di Kuribayashi ai suoi amici americani qualche anno prima, è solo l’altra faccia della medaglia di una visione dell’uomo esigente e per questo talvolta disperata.

Elementi problematici per la visione: numerose scene di violenza nei limiti del genere.

27Luisa Cotta Ramosino

Social Media Auto Publish Powered By : XYZScripts.com