Le Cronache di Narnia: il Leone, la Strega, l’Armadio

Regia di Andrew Adamson; sceneggiatura di Andrew Adamson, Christopher Markus, Stephen Mcfeely e Ann Peacock dal romanzo omonimo di C.S.Lewis; con Georgie Henley, William Moseley, Skandar Keynes, Tilda Swinton; prodotto da Walt Disney Pictures/Walden Media/Lamp Post Production Ltd.; 125’, Usa 2005. Quattro fratelli, costretti a trasferirsi in campagna per sfuggire ai bombardamenti di Londra durante […]

Regia di Andrew Adamson; sceneggiatura di Andrew Adamson, Christopher Markus, Stephen Mcfeely e Ann Peacock dal romanzo omonimo di C.S.Lewis; con Georgie Henley, William Moseley, Skandar Keynes, Tilda Swinton; prodotto da Walt Disney Pictures/Walden Media/Lamp Post Production Ltd.; 125’, Usa 2005. Quattro fratelli, costretti a trasferirsi in campagna per sfuggire ai bombardamenti di Londra durante […]

Regia di Andrew Adamson; sceneggiatura di Andrew Adamson, Christopher Markus, Stephen Mcfeely e Ann Peacock dal romanzo omonimo di C.S.Lewis; con Georgie Henley, William Moseley, Skandar Keynes, Tilda Swinton; prodotto da Walt Disney Pictures/Walden Media/Lamp Post Production Ltd.; 125’, Usa 2005.

Quattro fratelli, costretti a trasferirsi in campagna per sfuggire ai bombardamenti di Londra durante la Seconda Guerra Mondiale, sono ospitati da uno scorbutico professore nella sua grande casa. Mentre giocano, la più piccola, Lucy, entra per caso in un grande armadio e si trova proiettata nel fantastico mondo di Narnia, imprigionato da una Strega cattiva in un perenne inverno. Alla fine tutti e quattro i fratelli faranno il loro ingresso in quel mondo fantastico, partecipando alla battaglia che oppone la crudele Strega all’eroico leone Aslan, difensore del Bene.

Sulla scorta del successo de Il Signore degli Anelli (da cui mutua alcune delle forze produttive), ma in realtà forse più in competizione con Harry Potter, la saga di Narnia, da decenni ospite privilegiato delle biblioteche e dei cuori di milioni di ragazzini in tutto il mondo, approdò sul grande schermo con l’ambizioso obiettivo di conquistare il pubblico a una vicenda fiabesca dal forte spessore allegorico.

L’avvio della storia, peraltro, ha un saldo ancoraggio nella realtà, sebbene una realtà lontana nel tempo. I quattro ragazzi protagonisti, infatti, devono fuggire i bombardamenti nazisti su Londra e vengono separati dalla madre (mentre il padre è già lontano, perduto nelle incertezze delle battaglie) per finire chissà dove nel mezzo di un’idilliaca campagna inglese.

La precisa collocazione storica della vicenda, comunque, non è indifferente allo sviluppo degli eventi successivi; i quattro ragazzi protagonisti, fuggiti a una guerra tra uomini, si ritroveranno nel mezzo di un’altra battaglia, quella per la salvezza del regno di Narnia. Questa volta nessuno sarà più disposto a tirarsi indietro…

La riconoscibilità tipicamente inglese del mondo da cui partono i giovani protagonisti, con tanto di antica magione, severa governante, misterioso proprietario, e garbate cortesie di fronte all’immancabile tazza di the, è parte del fascino della fiaba che arrivò sul grande schermo portandosi un enorme carico di aspettative, sia da parte di chi conosceva e amava la scrittura di C.S.Lewis, sia di chi – orfano degli eroi di Tolkien – sperava di ritrovare nell’opera del suo sodale almeno una parte di quella stessa grandiosa forza immaginativa.

La storia dei quattro ragazzi Pevensie (il coraggioso Peter, il fragile Edmund, la saggia Susan e la candida Lucy) è, naturalmente, qualcosa di molto diverso e chi ha realizzato il film con grande dispiego di mezzi e servendosi delle tecnologie della Weta di Peter Jakson e della Industrial Light and Magic di George Lucas, ha avuto l’intelligenza di evitare la tentazione di una semplice imitazione della saga tolkieniana.

Il regista Andrew Adamson (quello di Shrek, scelto soprattutto per la sua esperienza con l’animazione, necessaria nella realizzazione di una pellicola in cui molta parte dei personaggi, in primo luogo il leone Aslan, sono stati inseriti nelle scene a posteriori), dunque, insieme al ricco team creativo, ha scelto di dare forma a un racconto che mantiene l’impressione del fiabesco.

Diversamente da quanto accade, per esempio, nel mondo di Harry Potter, dove la magia è la regola e lo spettatore entra presto nel meccanismo per cui in ogni situazione è automaticamente inserita una qualche magica diavoleria, o, all’estremo opposto, in quello de Il Signore degli Anelli, dove in realtà di magia se ne vede molo poca, l’ingresso del Regno di Narnia, che avviene per la prima volta attraverso gli occhi stupiti e curiosi di una bambina, conserva per tutta la durata del film un senso della meraviglia di stampo infantile (e il termine va inteso nel senso migliore e più alto del termine), sostenuto attraverso la ricostruzione di un mondo credibile sì, ma fantastico, “pittorico” nella scelta dei colori brillanti e nel design.

La barbaricità del mondo di Tolkien, dunque, lascia spazio ad un universo cavalleresco che ben si sposa con l’orizzonte degli studi del professor Lewis, profondo conoscitore della letteratura rinascimentale, cultore dell’allegoria e dei romanzi cavallereschi.

Del resto la presenza di animali parlanti, di fauni con sciarpa e ombrellino e di lampioni in mezzo alla foresta (ma anche un inedito Babbo Natale che, per evitare l’effetto Coca-Cola, veste un abito un po’ più sobrio di quello tradizionale), che fanno inesorabilmente parte del mondo di Narnia, contribuisce a “posizionare” questa storia in categorie di pubblico leggermente diverse da quelle delle precedenti saghe fantasy. L’insieme, infatti, ha talvolta il gusto un po’ barocco di un pastiche in cui l’autore inserisce tutti gli elementi che sa fare parte dell’immaginario infantile, senza paura di far collidere l’antico (i centauri di classica memoria) con il più recente (Babbo Natale, appunto, ma anche le bestie parlanti che avranno fatto la gioia dei dirigenti Disney!).

Lo stesso si può dire, almeno in parte, per la trasparente simbologia religiosa che la vicenda racchiude (e la testarda negazione di questa dimensione da parte del regista, all’epoca, fece anche un po’ sorridere…); ampiamente sfruttata nel marketing d’oltreoceano, questa connotazione ebbe meno fortuna da noi, per lo meno tra i critici più snob che, già dopo le prime proiezioni, parlarono con disprezzo di una sovrabbondante retorica a sfondo religioso.

Lo sforzo dei creatori della pellicola per fare della storia di Narnia un prodotto capace di attirare un pubblico vasto e variegato, è passata, pur mantenendo una straordinaria fedeltà al testo di partenza, attraverso alcune iniezioni di epicità, che gli spettatori hanno mostrato di gradire negli illustri precedenti cinematografici.

Ecco dunque che la grande battaglia finale, liquidata da Lewis in poche pagine e attraverso un racconto a posteriori, diventa protagonista dell’ultimo atto del film, resa più drammatica anche attraverso il montaggio alternato con la “resurrezione” di Aslan e la liberazione delle creature a suo tempo pietrificate dalla perfida Strega Bianca.

Una scelta che dà spazio a efficaci scene di massa, laddove il resto del racconto si concentra, giustamente, su un orizzonte più limitato per raccontare il legame tra i quattro fratelli Pevensie, catapultati in un’avventura che darà loro modo di crescere e scoprire i loro talenti.

Forse non avrebbe guastato lasciare appena un po’ più di spazio allo sviluppo di questi personaggi che, in fondo, sono pur sempre la chiave di accesso al mondo fantastico di Narnia, ma, al contempo, raccontano le incertezze di giovani esseri umani di fronte a prove difficili (Peter, per esempio, che guardava con una punta di rimpianto i giovani soldati in partenza per il fronte, si ritrova poi a guidare un esercito sul campo di battaglia; Edmund, da parte sua, tradisce un disperato bisogno di una forte figura paterna)

In tutto ciò il punto forse più dolente è dato dal doppiaggio della figura carismatica e fondamentale del leone Aslan, giunto a salvare il Regno di Narnia dalla malvagia Strega, non, come molti credono, con la forza delle armi, ma con quella del sacrificio innocente. Aslan, infatti, come Cristo per l’uomo peccatore, si offre al posto del traditore Edmund (il sangue dei traditori, infatti, appartiene alla Strega) e viene immolato dai malvagi ma la pietra del sacrificio sarà spezzata, in una trasparente trasposizione della Ressurezione.

Se nell’originale le parole, a volte ponderose, pronunciate dal grande leone, risuonavano dei timbri profondi di Liam Neeson, a noi sono toccati la voce chioccia e lo strano accento di Omar Sharif, che rendono poco efficaci le scene, dalla grande forza emotiva, di cui Aslan è protagonista.

Anche perché, naturalmente, Aslan, terribile e giusto, è la figura chiave di una vicenda in cui persino una bambina piccola come Lucy (e con lei anche noi) capisce essere in gioco il destino di tutti.

Il film di Adamson non ha il fascino intrigante (e a volte un po’ furbetto) dei film di Harry Potter; i ragazzi Pevensie, del resto, con la loro semplicità di cuore e la loro amabile ingenuità (che non impedisce affatto di raccontarne gli errori e i pentimenti), sono lontani mille miglia dagli adolescenti inquieti che frequentano Hogwarts.

Eppure, se lo spettatore abbandona le sovrastrutture di una visione che esige a ogni scena un qualche fine ammiccamento metacinematografico o un grandioso scontro di creature fantastiche, scoprirà che è incredibilmente facile affezionarsi a Peter, Susan e Lucy (ma anche al “perfido” Edmund, che una volta pentito diventerà sul trono Edmund il Giusto); e lasciandosi commuovere dalla semplice verità dello sguardo sul reale di cui i ragazzi sono portatori, potrà godere di una storia che, come esigeva lo stesso Lewis da ogni buon racconto, conquista a 5 come a 50 anni.

 

Elementi problematici per la visione: nessuno.

 

Luisa Cotta Ramosino

 

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