Munich, il film

Nel settembre 1972 alle Olimpiadi di Monaco un gruppo di terroristi palestinesi prende in ostaggio alcuni atleti israeliani e li elimina durante la fuga.

Nel settembre 1972 alle Olimpiadi di Monaco un gruppo di terroristi palestinesi prende in ostaggio alcuni atleti israeliani e li elimina durante la fuga.

Regia di Steven Spielberg; sceneggiatura di Tony Kushner e Eric Roth dal libro “Vengeance” di George Jonas; con Eric Bana, Geoffrey Rush, Daniel Craig, Ciaran Hinds, Mathieu Kassovitz, Hanns Zischler, Ayelet Zurer; prodotto da Amblin Entertainment per Dreamworks Pictures e Universal Pictures; 164’, Usa 2005.

Nel settembre 1972 alle Olimpiadi di Monaco un gruppo di terroristi palestinesi prende in ostaggio alcuni atleti israeliani e li elimina durante la fuga. In risposta all’orrendo massacro, il governo israeliano guidato da Golda Meir decide di formare una squadra segreta di agenti (solo alcuni dei quali provenienti dal Mossad) per individuare ed eliminare i responsabili della strage. A guidarla è il giovane Avner, la cui moglie sta per dare alla luce il primo figlio. Separati dai loro affetti e trascinati in un vortice di violenza e segreti in cui è facile perdersi, gli agenti, e in particolare Avner, scopriranno che, una volta imboccata la via della vendetta e della violenza, non è facile conservare il proprio equilibrio e la propria integrità…per non parlare della vita.

È un tentativo ambizioso quello di Steven Spielberg, che decide di raccontare Monaco ’72 non attraverso la cronaca delle tragiche e tumultuose ore del sequestro e dell’uccisione degli inermi ostaggi israeliani, ma seguendo il tortuoso percorso della “vendetta” consumata da una squadra di agenti di varia provenienza.

Rinunciando quasi da subito a percorre i canonici passaggi di una storia “di genere” (come la formazione di una squadra di specialisti e un compito così preciso avrebbero fatto supporre) – e con ciò, però, rendendo molto più difficile per il pubblico medio empatizzare con quando vede sullo schermo – il regista cerca invece di problematizzare la questione dei compromessi che il desiderio di vendetta spinge ad accettare, si tratti di decisioni prese da un governo democratico (e qui vale il discorso programmatico di Golda Meir a inizio film) oppure da un uomo che vede sgretolarsi la propria umanità sotto il peso della violenza.

Il personaggio di Avner (interpretato da un intenso Eric Bana) è in effetti l’unico di cui si possa seguire davvero un percorso. Dispersi nella confusione di un intrigo internazionale dove ben presto tutti giocano contro tutti e chi vende informazioni potrebbe facilmente vendere il compratore e l’unica lealtà spetta allo stretto gruppo familiare, i personaggi degli altri agenti restano poco definiti, spesso utili semplicemente come interlocutori dei crescenti dubbi del protagonista, ma ondivaghi nella loro posizione.
Lo spettatore si trova così di fronte a un plot (quello della caccia ai terroristi) che tende a sfuggirgli, anche a causa del moltiplicarsi dei personaggi secondari coinvolti, come forse accade anche allo stesso Avner, che ha nel rapporto con la moglie e la figlia l’unico punto fermo.

È chiaro che per Spielberg era importante sottolineare la contraddizione (e in ultimo l’inutilità) di un sistema di ritorsioni reciproche destinato a lasciare sul campo decine di morti e a creare una ferita insanabile nelle persone che vi sono coinvolte. Nel suo sincero desiderio di ridare tutta la ricchezza e la complessità delle posizioni messe in scena (questo intento è trasparente nel dialogo tra Avner e un suo omologo palestinese, che non conosce la sua vera identità; una precisa scelta di casting ha fatto sì che i due si assomiglino davvero tanto), però, il regista rischia di cadere in un eccesso di didascalismo filosofico-etico, che appesantisce la narrazione e in ultimo ha finito per scontentare tutti.

Attaccato dagli israeliani che disconoscono il resoconto dell’operazione Ira di Dio, snobbato dalla parte avversa che non accetta l’etichetta di terrorismo neppure di fronte all’evidenza, la pellicola di Spielberg, arricchita da una resa visiva e scenografica di grande impatto e da un ottimo uso del materiale di repertorio, rischia di restare un film irrisolto, in cui alle buone intenzioni dell’autore non corrisponde una forma espressiva capace di coinvolgere lo spettatore fino in fondo e il sincero intento morale finisce per far risaltare un unico giudizio giusto (quello sull’inutilità della vendetta e sulla ferita morale che essa implica) relegando tutta la complessità della situazione mediorientale a una giustapposizione di posizioni in ultimo equivalenti.

Anche lo scioglimento della vicenda, che arriva dopo un precipitare degli eventi il cui significato finisce per sfuggire, appare insufficiente a dare il senso di un percorso umano altamente drammatico, in cui un uomo fondamentalmente buono, un giusto si potrebbe dire, “perde la sua anima” nel compimento di un dovere sempre meno chiaro.

Ad ogni modo la pellicola merita di essere vista soprattutto come spunto per una discussione profonda e quanto mai attuale sul dilemma che il mondo di oggi è costretto ad affrontare di fronte all’esplosione di quella stessa violenza che ha insanguinato le Olimpiadi di Monaco.

Elementi problematici per la visione: molte scene di violenza, qualche scena a contenuto sessuale e di nudo.

Luisa Cotta Ramosino

Locandina tratta da mymovies.it

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