The New World – Il Nuovo Mondo

The New World Regia e sceneggiatura di Terrence Malick; con Colin Farrell, Q’Orianka Kilcher, Christian Bale, Christopher Plummer; prodotto da Sarah Green/Toby Emmerich/Marc Ordesky/Trish Hoffmann; 150’; Usa 2005. Nel 1607 un centinaio di inglesi per lo più di umile estrazione sbarcano sul suolo della Virginia dove pensano di stabilire una colonia. Tra loro il capitano […]

The New World Regia e sceneggiatura di Terrence Malick; con Colin Farrell, Q’Orianka Kilcher, Christian Bale, Christopher Plummer; prodotto da Sarah Green/Toby Emmerich/Marc Ordesky/Trish Hoffmann; 150’; Usa 2005. Nel 1607 un centinaio di inglesi per lo più di umile estrazione sbarcano sul suolo della Virginia dove pensano di stabilire una colonia. Tra loro il capitano […]

The New World

Regia e sceneggiatura di Terrence Malick; con Colin Farrell, Q’Orianka Kilcher, Christian Bale, Christopher Plummer; prodotto da Sarah Green/Toby Emmerich/Marc Ordesky/Trish Hoffmann; 150’; Usa 2005.

Nel 1607 un centinaio di inglesi per lo più di umile estrazione sbarcano sul suolo della Virginia dove pensano di stabilire una colonia. Tra loro il capitano John Smith, che sogna una nuova società basata sull’uguaglianza e il trionfo dello spirito umano. Proprio lui, mandato in missione presso gli indiani e salvato dalla figlia del loro capo, la giovane e bellissima Pocahontas, Smith scopre un “nuovo mondo” apparentemente privo di ingiustizia e violenza. Poi, però, Smith deve tornare tra i suoi e il suo amore per Pocahontas è vinto dal desiderio di avventura e nuove scoperte, mentre tra i coloni e gli indiani inizia una guerra dagli esiti scontati. La dolce principessa, scacciata dai suoi proprio per la sua eccessiva vicinanza ai bianchi, prima si dispera per l’abbandono di Smith (che le fa credere di essere morto), poi accetta di sposare un altro uomo con cui forma una famiglia. I destini dei due finiranno per incrociarsi di nuovo.

Terrence Malick, regista-pensatore, che ha firmato in una quarantina d’anni pochissimi film, tutti caratterizzati da una grande raffinatezza visiva, ma spesso ostici per il grande pubblico a causa di ritmi di racconto molto dilatati e intervallati da ampie riflessioni filosofico-esistenziali, non sfugge ad un paradigma critico ampiamente diffuso quando sceglie di raccontare uno dei momenti fondativi della storia del Nuovo Mondo. In The New World si descrive, attraverso immagini di una straordinaria bellezza e musiche di grande effetto (pezzi di classica e altre originali) l’incontro/scontro tra i “barbari” coloni inglesi e le popolazioni indigene della Virginia, ancora immerse in un profondo contatto con la natura e in un’organizzazione sociale in cui – racconta il protagonista della storia, il capitano Smith – le parole per indicare l’ingiustizia e l’avidità, ma di conseguenza anche il perdono, non esistono.

Persino scontato, dunque, mostrare che, mentre i bianchi rubano, torturano, tradiscono e uccidono senza ragione, cercano dell’oro immaginario invece di procurarsi provviste per l’inverno imminente (e abbandonano la costruzione della loro chiesa senza alcuna esitazione), gli indiani che non sanno cosa siano ore e giorni, colgono invece con naturalezza la poesia e la bellezza che li circonda, adorano divinità naturali che garantiscono loro la sopravvivenza e guardano i nuovi arrivati tra il curioso e l’inorridito, sperando comunque di poterli ributtare a mare con l’arrivo della primavera.

È chiaro che, come già suggeriva la precedente pellicola di Malick La sottile linea rossa, al regista piace questa forma di spiritualità vagamente panteista che, in contrasto con la violenza che sembra inesorabilmente animare gli uomini occidentali, fiorisce invece tra i “selvaggi” di ogni latitudine, anche quando si tratta di pionieri che sognano di costruire una nuova civiltà più giusta e più pura.

La prospettiva appare particolarmente affine a quella espressa dai lunghi monologhi del protagonista di questo nuovo film, il capitano Smith (spesso tratti dai diari del personaggio storico e in quanto tali ben lontani dal linguaggio cinematografico a cui il grande pubblico è abituato), che pare imbevuto del mito del buon selvaggio al pari di quello di un’utopica nuova civiltà da costruire nel Nuovo Mondo.

Ma al di là della rappresentazione, forse anche un po’ troppo stereotipata di questa sterile contrapposizione tra pionieri ottusi e rapaci (la loro connotazione religiosa, a ben vedere, non è il tratto dominante, benché certamente ci sia un’opposizione tra la religione naturale dei nativi e il cristianesimo dei nuovi arrivati che Smith condivide solo in parte) e indiani fieri e autosufficienti, il film di Malick si concentra su un rapporto umano che nasce proprio nel mezzo di questo accennato “scontro di civiltà”.

Da una parte e dall’altra di questi due mondi, infatti, sembra esserci qualcuno che alla bellezza e all’armonia del mondo chiede qualcosa di più che essere guardata con reverente meraviglia; è la preghiera che la giovane Pochaontas rivolge alla divinità Madre: di svelarsi in un volto preciso, in una strada, in un tu.

È così che, al di là delle semplificazioni e del manicheismo con cui viene liquidato l’arrivo dei coloni inglesi al di là dell’Oceano (il sogno americano è chiaramente e pomposamente annunciato dal capo della spedizione Christopher Plummer, ma si nasconde anche nelle pieghe dell’utopia sociale vagheggiata dallo stesso Smith), è nell’incontro tra Pocahontas e Smith che la domanda struggente formulata dalla giovane principessa indiana, intrisa di una religiosità panica, ma molto reale, sembra trovare una prima risposta.

La delicatezza con cui Malick racconta la nascita dell’amore tra i due, fatto di pochissime parole e molti silenzi, sembra dire che l’unica possibile realizzazione di quell’utopia risiede proprio nell’incontro tra queste due persone, entrambe più aperte e proiettate verso l’altro rispetto ai loro popoli.

In realtà solo il cuore di Pocahontas ha l’innocenza e la testarda fedeltà di attaccarsi senza riserve all’uomo in cui vede, nonostante il dolore della separazione dai suoi (impostale quando sceglie di allertare i coloni dell’attacco degli indiani), la realizzazione di sé, più vera e più piena di quella che le offre la pur armoniosa vita della sua tribù.

Smith, invece, di fronte al rovinoso fallimento della colonia, dove tutto sembra contraddire il miraggio di una virtuosa meritocrazia, e di fronte all’inevitabile guerra con gli indiani, preferisce riprendere il largo verso un nuovo sogno, che inevitabilmente sarà solo la pallida ombra di ciò che ha già incontrato.

Leggendo la maggior parte delle critiche alla pellicola (che vorrebbero trasformarla in un trattato di antropologia), l’ultima parte del film, quando Pocahontas, rimasta sola tra gente per lo più indifferente o, nel migliore dei casi, decisa a ridurla alla propria misura (rappresentata, manco a dirlo, dagli scomodissimi bustini e da improbabili scarpe con il tacco), segna la definitiva morte del sogno di un mito interrazziale su cui si sarebbe costruita l’America di oggi, il trionfo della violenza e della formalità sulla spontaneità indiana (esemplare la visita della principessa “addomesticata” alla corte dei reali inglesi).

Forse, perfino superando le intenzioni dello stesso Malick, l’ultima parte del percorso di Pocahontas (che prende il nome di Rebecca accettando il battesimo, non si sa quanto consapevolmente, e poi sposa un mite aristocratico inglese che ha voluto condividere la sua solitudine e il suo dolore), non è la storia di una sconfitta, anche se si conclude con la morte per malattia della giovane indiana.

Dimessa definitivamente l’illusione che l’amore con Smith aveva finito per diventare (e lo sconfitto, è chiaro, è proprio lui, l’eroe romantico, che giustifica il proprio comportamento tradendo tutta la propria mediocrità), la ragazza ritrova il rapporto con la divinità Madre a cui aveva rivolto la sua prima preghiera nella piena e sincera accettazione del rapporto che ha costruito con un uomo così apparentemente lontano da lei, ma che si è rivelato il suo vero compagno ed è diventato il padre di suo figlio.

Pocahontas/Rebecca non muore affatto infelice né piegata dalla brutalità degli invasori europei, e se certamente il finale del film segna un ritorno alla religiosità delle origini, non rinnega però la positività dell’incontro e del percorso che il personaggio ha fatto, di cui fa integralmente parte l’uomo che ha sposato e tutto ciò che egli rappresenta.

 

Elementi problematici per la visione: nessuno

 

Luisa Cotta Ramosino

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