Papa Francesco: la sfida europea *

Una Europa di ponti, e non di muri. Il Cardinal Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, ha descritto così l’idea europea di Papa Francesco alla vigilia della consegna del Premio Carlo Magno al Papa. Il premio è conferito dal 1950 ad una personalità che ha promosso l’integrazione europea. E viene conferito a Papa Francesco – […]

Una Europa di ponti, e non di muri. Il Cardinal Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, ha descritto così l’idea europea di Papa Francesco alla vigilia della consegna del Premio Carlo Magno al Papa. Il premio è conferito dal 1950 ad una personalità che ha promosso l’integrazione europea. E viene conferito a Papa Francesco – […]

Una Europa di ponti, e non di muri. Il Cardinal Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, ha descritto così l’idea europea di Papa Francesco alla vigilia della consegna del Premio Carlo Magno al Papa. Il premio è conferito dal 1950 ad una personalità che ha promosso l’integrazione europea. E viene conferito a Papa Francesco – il secondo Papa, dopo che Giovanni Paolo II ebbe nel 2004 un premio straordinario – perché le sue parole sono lo spunto per una idea di integrazione europea.

Papa Francesco ha accettato il premio, nonostante sia suo costume non farlo. Lo ha fatto per continuità con i suoi predecessori. Ma anche per lanciare un segnale all’Europa. Ma perché l’Europa guarda a Papa Francesco per tenere vivo il sogno europeo?

Ci sono diversi motivi. Il primo viaggio di Papa Francesco in un Paese dell’Unione Europea è stato quello all’Isola di Lesbo, in Grecia. Né Tirana (Albania) né Sarajevo (Bosnia) erano capitali di Paesi inclusi nell’Unione. E il viaggio a Strasburgo era solo alle istituzioni europee, non era un viaggio in Francia.

A Lesbo, il Papa è andato per incontrare i rifugiati che attendono di poter entrare in Europa. Lì ha voluto dare l’esempio all’Europa, utilizzando la pratica dei corridoi umanitari per portare con sé dodici rifugiati, di cui ora si occupa la Comunità di Sant’Egidio. Lì ha delineato la sua idea di Europa. Una Europa accogliente, che non rimandi i migranti in mare, ma che invece si faccia carico delle vite umane.

Ed è questa l’idea di Europa che vogliono promuovere i vertici europei. In un momento di forte crisi per l’Unione europea, l’ingresso di nuovi immigrati è visto da molti come la possibilità di costruire una nuova identità. Una identità probabilmente meno cristiana, e più multiculturale. Perché non solo le radici cristiane dell’Europa sono state negate, e il progetto di Costituzione Europea è rimasto abortito sul nascere. Sono proprio i temi della dottrina sociale a non trovare più spazio in Europa, vittime di un pragmatismo che non costruisce società, ma che piuttosto crea un mondo politico freddo.

I discorsi di Papa Francesco a Strasburgo del 25 novembre 2014 sono stati la linea guida delle motivazioni del Premio. Proprio di quei discorsi, però, la leadership europea aveva tagliato fuori le parti “scomode”, in cui si parlava di diritto alla vita dal concepimento alla morte naturale, e si denunciava lo scarto dei bambini non nati, ma anche degli anziani. E anche i riferimenti alla famiglia sembravano tagliati fuori dalla “release” ufficiale del Parlamento Europeo, mentre venivano enfatizzati i temi dell’accoglienza degli immigrati.

Eppure, sono temi dirimenti ancora oggi. Portati avanti attraverso procedimenti soft law – ovvero a colpi di risoluzioni che non sono vincolanti ma funzionano come una “moral suasion” sugli Stati – passo dopo passo l’Unione Europea vede allargate le possibilità di eutanasia anche in casi di depressione, riaffermato un presunto “diritto all’aborto”, quasi imposti i matrimoni omosessuali nelle legislazioni.

L’ultimo dibattito forte è sul tema della maternità surrogata: nonostante il Parlamento Europeo si sia detto contrario, e nonostante anche il Consiglio di Europa abbia messo da parte la risoluzione che ne proponeva al limite una regolamentazione, gli sforzi per accettare la pratica in qualche modo è fortissima. Ed è diventata evidente a margine dell’ultima Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, quando una riunione a latere e quasi improvvisa ha provato a far rientrare dalla finestra la tematica.

Il problema è che il mondo cristiano (e non solo cattolico) è completamente messo ai margini. I temi vengono sollevati, e i cristiani entrano nella discussione, mostrano la ragionevolezza delle loro ragioni. A volte perdono il dibattito, per vari motivi che spesso possono essere riassunti con una parola: pregiudizi. È successo, per esempio, su risoluzioni che hanno esteso il concetto di famiglia anche alle coppie omosessuali. Però, ogni volta che poi si prova a risollevare la questione, il dibattito viene chiuso. Qualunque nuova affermazione di famiglia diventa automaticamente un “hate speech”.

È così che le religioni vengono in qualche modo silenziate. Già nel 2012, l’allora “ministro degli Esteri vaticano” Dominique Mamberti aveva dovuto spiegare l’autonomia della Chiesa, ma soprattutto il fatto che le comunità religiose non erano luoghi senza legge, ma piuttosto spazi di libertà. Una libertà tutta da garantire.

Ma viene questa libertà garantita? Uno sguardo di insieme farebbe pensare di no. L’ultimo rapporto sulla libertà religiosa di Aiuto alla Chiesa che Soffre colpiva perché dimostrava come proprio nel mondo occidentale la libertà religiosa cominciava ad essere messa sotto attacco. Il rapporto USA 2015 sulla Libertà Religiosa, stilato dalla Segreteria di Stato americana, metteva in luce “preoccupazioni” anche sull’Europa occidentale, assimilando così il continente europeo a Bahrain, Bangladesh, Bielorussia, Kyrgyzstan e Corno d’Africa.

Recentemente, in Bulgaria una nuova legge sulla registrazioni delle comunità religiose sta rischiando di mettere a rischio la libertà religiosa nel Paese. In un comment, Andrew Clarke di Alliance for Defending Freedom ha paragonato la nuova legge a quelle che venivano emesse durante la dominazione sovietica per controllare le religioni. Non c’è solo un obbligo di registrazione nella legge, ma anche il fatto che la registrazione è garantita solo alle religioni che hanno una certa tradizione nel Paese, tagliando di fatto fuori molte comunità cristiane, e anche il fatto che tutte le fedi registrate si devono sottoporre a un controllo stretto dei conti.

Sono questi i grandi temi dell’Europa, che vanno ben oltre la questione dell’accoglienza degli immigrati. La costruzione di ponti deve essere fatta più tra le istituzioni e le persone, che tra Stato e Stato. Anche perché la popolazione sa essere presente, quando si rende conto dei problemi in gioco. Basti pensare alla Romania, dove in 2 milioni di cittadini hanno firmato per difendere la famiglia naturale. E la difesa della famiglia naturale è stata portata avanti a suon di iniziative cittadine anche in Slovenia, Slovacchia, Polonia.

C’è, insomma, una Chiesa viva, che sa muoversi con la forza della sua gente e la raffinatezza della sua diplomazia. Una Chiesa cui ci si aspetta che Papa Francesco dia voce.

Che i temi siano complessi è stato spiegato anche dai membri del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee (CCEE). Il Consiglio è formato dai presidenti delle Conferenze Episcopali Europee, ed è diverso dal COMECE, un comitato che funge da coordinamento e da interfaccia tra le conferenze episcopali d’Europa e il Parlamento Europeo. L’incontro del CCEE con Papa Francesco il 2 maggio ha marcato l’inizio della settimana europea di Papa Francesco.

In una conferenza stampa a seguito dell’incontro, il Cardinal Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana e vicepresidente del CCEE, ha sottolineato che “tutti sappiamo che esistono centrali di potere che hanno la capacità di determinare il corso non della storia, ma del fiume della storia. L’esito finale mira a destrutturare la persona, e quindi la società. Lo scopo è poter manipolare meglio la persona, indebolire la società, il senso di appartenenza. Ci lamentiamo tutti della perdita del senso di appartenenza”.

Parlando dei temi dell’incontro con Papa Francesco, il Cardinal Bagnasco ha raccontato che “si è parlato di pace, migrazioni, Medio Oriente, ma anche il dialogo interreligioso”, e ha identificato “una radice comune nella necessità di rispondere alla complessità e alla delicatezza delle problematiche e delle sfide attraverso a delle legislazioni sempre più attinenti e puntuali rispetto alle diverse problematiche”.

Ha detto il vicepresidente CCEE: “C’è duplice lettura. Una positiva, perché dobbiamo avere leggi giuste e puntuali. Ma c’è anche la proliferazione del corpo giuridico può denunciare la debolezza delle istituzioni. Il corpo giuridico ben sappiamo se da una parte è necessario e dall’altra non può coprire tutto l’esistente della vita. È necessario mirare, puntare a livello degli Stati membri e a livello di comunità europea ad una formazione della coscienza. Una formazione più puntuale delle coscienze sia individuali che collettive”.

La moltiplicazione delle legislazioni è appunto il problema che si riscontra oggi nell’Unione Europea. Tutti premono per entrare una allargata unione economica, perché porta benefici e finanziamenti. Persino la Turchia, che ha barattato l’accoglienza dei rifugiati con la possibilità per i cittadini turchi di entrare in Europa senza visto. Ma questa libera circolazione non rafforza l’identità europea, semmai ne rafforza una unione economica. Una unione da cui le religioni vengono sempre più messe da parte. O al limite usate per fine politico.

Mentre le legislazioni spingono per liberalizzare tutto, allargando il concetto di famiglia, promuovendo il diritto all’aborto, ma sganciando l’essere umano dall’amore e dalla società. Per metterla con le parole di monsignor Livio Melina, presidente dell’Istituto Giovanni Paolo II per gli Studi sul Matrimonio e la Famiglia, “quando la Chiesa parla in favore della sessualità unita all’amore, dell’unione tra sessualità e procreazione e di sessualità all’interno del matrimonio, sta difendendo la dignità dell’amore e dell’uomo. Sta difendendo la capacità dell’uomo di essere soggetto contro i poteri che vogliono ridurlo a oggetto.”

Insomma, “quando l’uomo è fuori da questa relazione, è semplicemente un individuo manipolabile dai poteri forti, i quali gli concedono il piacere edonistico della sessualità, ma non gli concedono di amare veramente e di legarsi all’amore. In questa riduzione della sessualità possono controllarlo, e ci aveva pensato già il filosofo Marcuse.”

Libertà religiosa, dignità umana, costruzione di una rete sociale: sono questi i temi dirimenti dell’Europa di oggi, lasciati ad un manipolo di cristiani nelle istituzioni europee. Da una parte, c’è la visione secolarista della religione, dall’altra la necessità di vivere la religione come uno spazio di libertà. Da una parte, l’amore per l’essere umano, dall’altro l’essere umano considerato ingranaggio di un sistema più grande.

Nel suo discorso di accettazione del premio Carlo Magno, Papa Francesco ha enfatizzato il tema dell’integrazione, della capacità di dialogo e della capacità di generare. Ma ha anche messo l’accento sul problema delle colonizzazioni ideologiche, che è centrale nel suo pontificato. Come centrale nel suo pontificato è il tema della famiglia, cui ha dedicato ben due sinodi.

Sarebbe stato bello che questi due sinodi avessero puntato sulle grandi sfide dell’Europa, invece di concentrarsi su temi dottrinali e disciplinari che mettono da parte le grandi sfide che la Chiesa è chiamata ad affrontare sul continente. Che il continente europeo sia un punto di riferimento, lo ha detto lo stesso Papa Francesco, incontrando a inizio marzo i membri del collettivo francese “Poison Rose”, cattolici di matrice socialista. “L’Europa è l’unico continente con una vocazione universale”, ha detto il Papa.

Questa vocazione universale sembra però perdersi di fronte ad una Unione Europea che diventa sempre più una unione economica. Eppure, la Chiesa ci ha sempre creduto. C’è un nunzio presso l’Unione Europea, e non un osservatore come presso le grandi organizzazioni internazionali, perché l’Europa è da sempre stata considerata come una identità unica, anche politicamente. Ma ora ci si ritrova a lottare per mantenere l’Europa ancorata ai suoi valori originali, che Schumann pensò anche pregando nella Cattedrale di Strasburgo. E forse la risposta è tutta nel discorso di Benedetto XVI al College de Bernardins di Parigi: lui vide il germe dell’Unione Europea nel quaerere Deum, la ricerca di Dio dei monaci, che viaggiando, raccogliendo documenti, semplicemente amando, avevano creato le basi per quello che sarebbe diventato il sogno europeo.

*articolo apparso in originale in lingua inglese su www.mondayvatican.com

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